Italia 2020: la sfida dell'occupabilità dei giovani
Obiettivo principale del Piano superare "la marcata autoreferenzialità del sistema educativo di istruzione e formazione che incide negativamente sulle prospettive occupazionali dei giovani". Le proiezioni al 2020 vedono, infatti, l'Italia in una situazione di grave difficoltà rispetto alle prospettive demografiche, occupazionali e di crescita. Il Piano, attraverso un approccio integrato tra scuola, università e lavoro, punta su istruzione e formazione continua, in funzione di un reale apprendimento in linea rispetto alle richieste del mercato del lavoro. Prospettiva già anticipata nel Libro bianco sul futuro del modello sociale e che mira a spostare l'attenzione dalla formazione al destinatario e ai risultati dell'apprendimento, valorizzando, appunto, modelli formativi in assetto lavorativo.
"In Italia si sommano due patologie: il precoce abbandono delle attività educative e il tardivo ingresso nel mondo del lavoro"ha dichiarato il ministro Sacconi. Attualmente la dispersione scolastica nel nostro Paese è del 19% rispetto a un 10% nella media europea. Significativo inoltre il deficit di tecnici intermedi stimato in 180.000 unità, con la conseguenza che, da un lato, le imprese non trovano sul mercato lavoratori qualificati e, dall'altro, tanti giovani disoccupati o sottoccupati non dispongono di competenze effettivamente spendibili.
Sei le linee di azione presentate dal governo per rilanciare l'occupabilità, secondo il metodo della collaborazione istituzionale. Il compito di impulso, coordinamento e monitoraggio sarà affidato a una "cabina di pilotaggio" condivisa Welfare-Istruzione, con l'apertura alle parti sociali e alle associazioni di categoria. Gli obiettivi delle linee di azione sono:
- Facilitare la transizione dalla scuola al lavoro. A fronte di una bassa percentuale di lavoratori fornita dai centri pubblici per l'impiego e dalle agenzie private abilitate, il governo intende potenziare la rete degli operatori e contrastare i canali informali che operano al di fuori del sistema. Si sottolinea la necessità di realizzare efficienti servizi di orientamento rivolti alle famiglie e ai giovani a favore di percorsi di studio flessibili e personalizzati. In tal senso, si rilancia il Libretto Formativo del cittadino, introdotto dalla Legge Biagi, ma di utilizzo ancora limitato, come strumento indispensabile per la certificazione delle competenze acquisite.
- Rilanciare l'istruzione tecnico-professionale per facilitare la ripresa economica in direzione del terziario e nelle aree tecnologiche più strategiche. Si dovranno agevolare percorsi formativi e di istruzione tecnica e professionale nei luoghi di lavoro, anche attraverso il ricorso all'apprendistato di alta formazione.
- Rilanciare il contratto di apprendistato, in quanto innovativo strumento di placement, fondato sull'integrazione dell'elemento educativo-formativo con il mercato del lavoro. I rapporti di monitoraggio rilevano, infatti, che solo 20 apprendisti su 100 ricevono una formazione; delle tre tipologie di apprendistato introdotte dalla legge Biagi risulta operativo solo l'apprendistato professionalizzante.
- Ripensare l'utilizzo dei tirocini formativi, promuovere le esperienze di lavoro nel corso degli studi, educare alla sicurezza sul lavoro, costruire sin dalla scuola e dall'università la tutela pensionistica. Il collegamento tra scuola e lavoro, attraverso tirocini o esperienze lavorative in azienda, viene considerato indispensabile ai fini della promozione e diffusione della cultura della prevenzione negli ambienti di vita, studio e lavoro. La tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro si impone come esigenza concreta anche e soprattutto nell'ambito della programmazione didattica.
- Ripensare il ruolo della formazione universitaria. La riqualificazione degli studi tecnici e professionali deve affiancare una complessiva riforma del sistema universitario, attraverso un processo, già avviato, di semplificazione e riduzione del numero dei corsi di laurea triennale. La tendenza è quella di incoraggiare la formazione interdisciplinare consentendo la frequenza di corsi e lauree parallele.
- Aprire i dottorati di ricerca al sistema produttivo e al mercato del lavoro, in un'ottica di rinnovata riconsiderazione della formazione universitaria e della ricerca a sostegno dell'innovazione e della crescita. Il dottorato deve acquisire una dimensione internazionale, favorire la mobilità dei giovani ed essere concretamente spendibile sul mercato del lavoro.
"Responsabilità, spirito di iniziativa, motivazione e creatività sono indispensabili per trasformare la crisi in una grande opportunità", si legge nel Piano. È dai giovani e dai loro talenti che si intende ripartire, valorizzando la capacità formativa delle imprese e raccordando l'offerta formativa con le esigenze del sistema produttivo e professionale.
(Annamaria Rocchi)
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